Di sé dice:

«Sono nata a Carmagnola, il paese dei peperoni, da genitori carmagnolesi da generazioni. Sono la più piccola della famiglia, con una sorella di 6 anni più grande decisamente autoritaria e due genitori che hanno sempre fatto in modo che non mi mancasse nulla.

Dal momento che mi è sono sempre sentita fortunata nel ricevere così tanto, ho lasciato che la mia vita si snodasse su dei binari ben definiti e predisposti da altri: dopotutto avevo ciò che desideravo, di cosa potevo lamentarmi? Le mie passioni, fino dall’infanzia, sono state svariate, ma quella che le ha sempre battute tutte è stata il mio amore smisurato per gli animali e soprattutto per i cavalli.

A 12 anni, dopo anni e anni di insistenze, i miei genitori (per lo sfinimento, credo) acconsentono a farmi cominciare a montare a cavallo e dopo poco ricevo in maniera inattesa il mio primo cavallo, Kennedy. Per molto tempo l’equitazione è il mio unico interesse fino a che non conosco, sempre in una scuderia, a 17 anni, quello che diventerà mio marito: Adriano. Anche lui tanto appassionato di cavalli da aver scelto di trasformare la sua passione in un lavoro vero e proprio. Così la mia vita va avanti, fino alla fine del liceo, come la qualsiasi vita di un’adolescente media, tra studi, fidanzato e sport. Alla fine del liceo classico, decido che voglio fare l’avvocato e mi iscrivo a giurisprudenza, anche perché tra le università ritenute “accettabili” in famiglia, è l’unica che mi piace. La mia vita ben organizzata, però , nell’estate post maturità ha un duro colpo: il 17 agosto un brutto incidente a cavallo mi fa perdere l’occhio sinistro e mi obbliga a una prolungata degenza in ospedale. Testardamente comincio ugualmente l’università, ma a causa delle diverse operazioni al viso e all’occhio che si svolgono durante tutto l’anno successivo non riesco a seguire i corsi e do pochissimi esami. Comincia ad affacciarsi nella mia mente l’idea di lasciare l’università, e anche i miei genitori sembrano d’accorso con me. A quel punto si è affacciata però la domanda delle domande: cosa fare della mia vita? In quel momento mi pare di non saper fare niente e non ho neanche idea di cosa mi piacerebbe fare.

Mentre cerco di capirlo, lavoro un po’ con i cavalli e entro in contatto con un osteopata equino francese che mi fa scoprire il mondo dell’osteopatia. Devo ammettere che non sapevo cosa fosse e neanche come funzionasse, ma lui è così appassionato del suo lavoro che contagia anche me. Comincio a fare ricerche e scopro che proprio quell’anno avrebbe aperto a Torino una nuova scuola di Osteopatia a tempo pieno, la SSOI. Mi iscrivo con entusiasmo e mi rendo conto in fretta che sarà la mia strada anche se l’idea iniziale di cominciare con uno studio sui corpi umani per poi continuare con una specializzazione sugli animali viene presto accantonata: man mano che procedo con il mio percorso si formazione mi rendo infatti conto di quanto mi piaccia far stare meglio le persone.

Dopo 5 anni molto intensi arriva l’agognato diploma e la mia vita sembra perfetta. Ho un titolo di studio, un lavoro che mi piace, un marito, un figlio meraviglioso (eh si mentre studiavo ho pensato anche di sposarmi e fare un figlio, perché fare solo una cosa per volta sembra troppo facile…) ma c’è un ma: perché non mi sento ancora felice? Cosa mi manca, ancora?

Arrovellandomi su cosa avrei potuto cambiare per dare una svolta alla mia vita mi viene in mente che avrei potuto chiamare Clementina (l’avevo conosciuta durante la gravidanza per un dolore ricorrente che non si riusciva a risolvere in altro modo e mi ero trovata molto bene). Sapevo che lavorava in tantissimi ambiti e magari avrebbe potuto darmi una mano. Detto fatto. Oltre a cominciare un lavoro su di me molto profondo e importante, trasferisco la mia neonata attività addirittura dentro il Cigno e il Labirinto. La frequentazione assidua dell’associazione mi porta a incontrare tecniche che non conoscevo come Access Consciusness™, le Costellazioni familiari e molte altre che mi aprono un mondo sui vari approcci che si possono avere sullo stesso malessere.

La mia fame di conoscenza e la mia curiosità mi portano a provare in prima persona alcuni trattamenti considerati “alternativi” e mi rendo conto di che impatto possano avere sui malesseri fisici e emotivi. Così scelgo di unirli alle tecniche che conosco già in modo da poter scegliere il trattamento più adatto a ogni paziente che mi si presenta.

Lo scopo del mio lavoro continua a essere il far stare meglio le persone con il proprio corpo; oggi, per farlo, uso tutte le tecniche che ho a disposizione, creando un trattamento personalizzato per ognuno.»